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Casi Umani di Selvaggia Lucarelli, cioè noi e gli uomini

Interno giorno, libreria (la solita), entro di corsa in cerca di un giallo da regalare, prima però sottopongo me stessa a un meticoloso processo di autoipnosi. “Allora, Gea, vai, compra solo il libro che cerchi e poi scappi via trafelata, senza lasciarti impressionare da sconti, targhette con su scritto novità, titoli che non conosci”. Chiaramente non va così. Per niente. Perché varcata la soglia, ostento un passo deciso e molto spedito direzione cassa dove chiedere consigli, ma la coda dell’occhio finisce su una pila, a sinistra, messa in evidenza, all’entrata. Copertina giallo ocra, formato small, titolo Casi umani, autore Selvaggia Lucarelli. Capisco al volo due cose. Primo. Il libro parla di uomini e di relazioni. Secondo, è della Lucarelli, quindi il bivio è immediato. Non ho mai letto niente di Selvaggia, non la seguo molto neanche da opinionista, anche se l’ho apprezzata tanto per la battaglia che ha ingaggiato online contro haters e bulli. E’ estate, la titubanza svanisce. Mi butto. Proviamo.

La lascio da parte per qualche giorno, finché non arriva una seduta semi serale dal parrucchiere, di quelle lunghe che mi riportano al ramato per intenderci e sono in un momento di vuoto. Ho terminato di leggere, devo iniziare un nuovo libro, allora infilo la Lucarelli in borsa. Come da previsioni la lettura delle 200 pagine è durata un giorno e mezzo. Leggera e fluida. Quello che davvero non mi aspettavo, sfoggiando – voglio ammetterlo – un po’ di scetticismo, è di aver gustato Casi Umani, al punto da ridere, sola, e in maniera quasi sguaiata, con la tinta in testa. Ridi, e ti ritrovi riga dopo riga e ti senti molto meno sola.

La carrellata di uscite, relazioni, e passioni disastrose della Lucarelli è esilarante. E lo capisci il perché. E’ la dannata immedesimazione. Soprattutto nella prima metà del libro, quando i soggetti in questione sono prototipi che noi under 40 single abbiamo conosciuto fin troppo bene. Il gay che cerca la “giumenta”, il tirchio cronico, anzi, voglio dirlo, Gianluca è stato veramente il mio preferito. Avevo le lacrime. Sarà per l’esperienza recente.

 

Gianluca, questo senso, non somigliava allo stereotipo del milanese in carriera. Lui non voleva fare i soldi. Voleva preservarli.

 

E gli aneddoti sono tremendi. Perché li riconosci veri, uno dopo l’altro. E’ un libro confortante, in qualche modo, non ti senti una singolarità dell’universo, ma capisci che sei parte di qualcosa, una voce di una comunità. La seconda metà del libro perché è diversa? Diciamo che il profilo degli uomini è meno comune, tipo il musicista super famoso che vive attaccato a instagram (ma è il minimo, solo che non voglio spoilerare). Più complicato vestire i panni, insomma, ma il gioco è semplice. Se al frontman da milioni di follower sostituite il cantante 40enne di una band sfigata che ancora pensa di essere negli anni ’90, e magari veste anche come Kurt, allora è fatta. Ma come dice la Lucarelli, meglio non dimenticare che tra questi casi umani ci siamo anche noi. Anzi, voglio citare Carrie (non quella dello sguardo di Satana ma di Sex and the City), “andavo in giro per la città come una gazza impazzita cercando di farmi amare dall’uomo che amavo”. Lui però era Mr Big.

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