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Fedeltà, recensione di una delusione – Marco Missiroli

Anna mi piace, quasi sempre, è l’unica del romanzo Fedeltà di Marco Missiroli, recensione da week end per una stella annunciata del premio Strega 2019. Chi lo ama, chi lo detesta, l’ultimo libro di Missiroli, tornato quattro anni dopo Atti osceni in luogo privato, fa discutere. Su questo non c’è dubbio. La lettura della decadenza confusa della classe borghese, ho visto in giro anche questa interpretazione. Non lo so, può essere, ma non mi convince comunque. Così intendo evitare bon ton da recensione e andare dritta al sodo, Fedeltà è un libro che non mi è piaciuto, che ho trovato forzato e debole, con personaggi dotati solo di una scarsa caratterizzazione e uno scrittore che sembra non volerci portare in alcun posto, volutamente. Scialbo, mediocre e probabile vincitore del premio Strega. Gli altri due favoriti sono M di Scurati e Addio Fantasmi di Terranova, credo debba vincere Scurati, non c’è paragone per quanto mi sia piaciuto il libro della Terranova.

 

Una volta Carlo le aveva detto che i puntini di sospensione sono una debolezza: gli scrittori li usano se vacillano sulla pagina. Poi aveva letto Avventure della ragazza cattiva, e si era resa conto che i puntini volevano dire altro. Le anime di Vargas Llosa li usavano come preliminari di rivoluzione. Tre puntini per un’intesa amorosa

Tant’è che siamo a Milano, avviluppati nelle vicende di una coppia sposata, Carlo e Margherita. Lei è agente immobiliare che non ha sognato abbastanza per diventare architetto, lui insegna scritture senza essere riuscito a diventare scrittore. Li conosciamo trentenni, più o meno, annoiati ma ancora uniti, e li vediamo cadere nel “malinteso”. Così viene definito l’incidente al bagno in cui Carlo professore universitario viene visto con Sofia una sua studentessa. Si insinua il dubbio, il tarlo, in quel matrimonio tra silenzi e sottintesi. E’ solo un malinteso? Non lo svelo, ci mancherebbe, ma il punto è la sospensione di questo libro. Tutto è appeso, niente va mai a fondo. Il tradimento, la banalità delle dinamiche matrimoniali, come almeno ci vengono raccontate. Perché Margherita vive una passione incofessabile per il fisioterapista Andrea, un tenebroso dalla vita complicata. Ma quale non lo è. Dieci anni dopo li ritroviamo con gli esiti di quella fase. Non c’è un brano del libro che venga voglia di rileggere, dove anzi si trovano descrizioni, dialoghi che appaiono più costruiti per creare un effetto che il germoglio spontaneo di un terreno narrativo. Anna. E’ la madre di Margherita, che vuole portare la figlia dalla cartomante, che resta salda nella sua dignità, sempre. Missiroli utilizza il montaggio per analogia che ha definito il passaggio d’anima tra i personaggi: cambia cioè l’io narrante raccogliendo il testimone al termine id una scena da un altro personaggio. Lo stile di Missiroli però neanche aiuta una trama debole, con personaggi votati sempre a restare immagini e non emozioni. Scrittura impeccabile ma senza cuore. E’ voluto? Questo è il luogo non luogo dove intendeva condurci? Lo specchio di questa nostra società senza profondità ma giocata sull’apparenza delle vite più che sulla loro sostanza? Comunque non è un lavoro ben riuscito. E ci fa interrogare sempre di più sulla direzione che sta seguendo la letteratura italiana.

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